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Quanto presente in questa pagina è tratto dal libro "La storia di Brolo tra arte, cultura e tradizioni" di A. Damiano e G. Messina, realizzato a cura della Parrocchia Maria SS. Annunziata.
Chi volesse avere maggiori informazioni, scriva a giuseppe@sgnappete.it


Copertina del libro 'La Storia di Brolo, tra arte cultura e tradizioni'
Il Paesaggio
C’era una volta, c’è oggi e ci sarà domani... Brolo; cittadina del messinese, situata lungo la costa tirrenica a circa 90 Km. dal capoluogo di provincia. Il territorio comunale, che ha un’estensione di 7,86 Km2, è bagnato a nord dal mare Tirreno ed è circondato dalla catena montuosa dei Nebrodi che ne chiudono la quinta scenica a sud.
La zona geografica in cui ricade è formata da una fascia pianeggiante, compresa tra la costa e l’autostrada, che penetra verso l’interno in corrispondenza dei tre corsi d’acqua principali, ossia: la fiumara di S. Angelo di Brolo, che segna il confine orientale del territorio comunale, il torrente Iannello e la fiumara di Brolo, che lo attraversano. Questa fascia è racchiusa da una zona collinare che partendo dalla pianura si eleva dolcemente sino a confluire nella catena nebroidea.
I confini amministrativi sono a nord il mare Tirreno, ad ovest con il territorio del comune di Naso, a sud con il comune di Ficarra ed a est con il territorio comunale di Piraino e di S. Angelo di Brolo.
Il territorio comunale, che si sviluppa attorno al centro urbano, è formato anche da una serie di frazioni e località che hanno assunto nel tempo un’importanza notevole, sia per l’incremento demografico avuto, sia per la rivalutazione della loro posizione geografica all’interno del territorio, in considerazione soprattutto dell’evoluzione urbanistica dello stesso. La frazione più importante è quella di Piana, che fino a pochi anni orsono era separata dal centro urbano, ma che conseguentemente allo sviluppo dello stesso, che ha scelto, per condizioni intrinseche all’assetto territoriale, come direttrice di sviluppo urbanistico la via Trento - via Piana, è venuta a formare con esso un unico agglomerato urbano.
Contrariamente a quanto avviene in gran parte dei comuni ubicati lungo la costa tirrenica, il centro urbano di Brolo non può espandersi parallelamente all’andamento del litorale, essendo questa direttrice ormai satura e quindi bloccata per un’eventuale incremento di edilizia abitativa; per questo motivo gli insediamenti avvengono e si sviluppano nella zona pedemontana.
Già nel 1872 la frazione di Piana era - unitamente alle località: Ferrara, Fosso del Gelso, Cordile, Bosco e Mendoleri - una delle cinque sezioni censuarie di Brolo.
Altre frazioni e località si susseguono lungo la Strada Provinciale Brolo - Lacco, nell’ordine: Parrazzà, Iannello, Lacco, Sellica e Casette.
Oggi Parrazzà può considerarsi un vero nucleo urbano, infatti in questa zona collinare sono stati realizzati diversi complessi edilizi, di discutibile fattura; l’eccellente panorama e la relativa tranquillità accrescono l’appetibilità del luogo, influenzando positivamente l’espansione urbanistica.
Lungo le pendici della frazione di Iannello, che è situata in una zona collinare a 290 metri s.l.m., si possono ammirare splendidi scorci di paesaggio agreste.
Il percorso che conduce da questa frazione sino a quella di Lacco è disseminato di ulivi, questa coltura, che unitamente agli agrumi è la più diffusa nelle zone collinari dei nebrodi, rappresenta la componente predominante di questo paesaggio.
Non bisogna tralasciare tra le tante funzioni di questa diffusissima essenza quella di presidio alla difesa della collina; una ragione in più per salvaguardare questa coltura ai fini della prevenzione dei dissesti geologici.
La frazione collinare di Lacco, situata a circa 500 metri s.l.m., è divisa tra i comuni di Brolo e di Piraino; da un documento, recante la data del 10 ottobre 1871, si evince che “Lacco. Confina colla Chiesa di Maria Addolorata e con la casa di Antonino Cardillo e di Pietro Gumina, e col territorio di Pirajno”.
Le frazioni di Sellica e Casette, che si trovano a circa 600 ÷ 700 metri s.l.m., sono la parte di territorio comunale più interna. Queste zone confinano con i comuni di S. Angelo di Brolo e di Ficarra.
Foto del centro di Brolo
Percorrendo la S. S. 113 Settentrionale Sicula in direzione Gliaca di Piraino si arriva nelle seguenti località: contrada Scinà, contrada Lago e quartiere S. Anna; queste ultime due a ridosso del torrente S.Angelo.
Questa porzione di territorio è caratterizzata da superfici destinate all’agricoltura, principalmente agrumeti, la specie più diffusa è il limone (Citrus lemon), di esso la coltivazione predominante è il Femminello Comune da cui si è originata, a causa delle caratteristiche del microclima locale, la cultivar del Femminello di Brolo, denominato «‘u Cucuzzaru». Occasionalmente tra gli agrumi sono inserite piante di ulivo, che apparentemente servono per soddisfare il bisogno di olio dei singoli proprietari, ma che in passato univano all’utilità principale di alberi frangivento, quella di confine di proprietà.
In prossimità delle sparse abitazioni ritroviamo consociate agli agrumi, varie specie di alberi da frutto ed alcuni appezzamenti di terreno destinati ad orti, che soddisfano le esigenze delle singole famiglie.
Identica destinazione d’uso riguarda i terreni ad ovest del centro urbano; prima di arrivare nel territorio di Naso incontriamo la località anticamente denominata “Filanda”, oggi ormai inglobata nella contrada Malpertuso.
In questa zona gli alberi di ulivo proteggono gli agrumi, i cui impianti ricadono a ridosso della costa, dalla salsedine; la funzione di piante frangivento è assolta dai cipressi.


Il Castello
Tutta la vita Brolo - dalla crescita economica allo sviluppo urbano, dall’andamento demografico alle arti, dalle tradizioni popolari alla cultura - è stata fortemente condizionata dalla costante presenza nel tempo del castello della famiglia Lancia.
Del complesso edilizio originario oggi rimane solamente la torre e parte dei bastioni della cinta muraria.
Il castello posto su una rocca, originariamente lambita dal mare, dista dalla spiaggia antistante circa 300 metri.
In alcuni documenti della Regia Cancelleria datati 1431 e 1434, inerenti Pietro Lancia ed Arezzo, figlio di Corrado e di Laura Arezzo, Baroni di Ficarra, che fu il primo investito di Brolo il 27 luglio 1453, si trovano riferimenti precisi sulla presenza di una fortificazione nel territorio di Brolo, che viene definito, rispettivamente, come «castrum» e come «terra e turris».
Quindi possiamo stabilire che già nei primi decenni del 1400, Brolo era un borgo contadino difeso da un complesso fortificato. Solitamente una struttura adibita a questa specifica funzione, si sviluppa su una pianta quadrata se ubicata in pianura, circolare o comunque irregolare se dislocata in collina; per esigenze di rapidità d’esecuzione, la prima messa in opera avveniva con un’intelaiatura in legno, facile da smantellare qualora si raggiungessero in breve tempo accordi pacifici. Viceversa se nel tempo la giacitura scelta, si dimostrava ottimale, ossia soddisfaceva i requisiti strategici che le permettevano di controllare in modo sicuro un’ampia porzione di territorio, il più delle volte, la provvisoria costruzione primitiva veniva trasformata in un complesso fortificato stabile, tale operazione era, quasi sempre, effettuata sostituendo le pareti di tronchi d’albero con dei muri perimetrali in conci, più o meno squadrati, di pietra.
Il Castello - Vista dal basso All’interno di una siffatta struttura edilizia, qualora già non vi fosse naturalmente, veniva innalzata una piccola collinetta artificiale, denominata «motta» al di sopra della quale si costruiva un perimetro quadrangolare, detto «turris» o «dongione»; all’altezza delle sue fondamenta si disponeva lo spazio predisposto per la raccolta dell’acqua, mentre le diverse elevazioni venivano utilizzate come magazzini per le derrate alimentari e come alloggio per il comandante della guarnigione.
Addossati ai muri della cintura perimetrale, vi erano ubicati una serie di edifici supplementari, quali le stalle, la forgia e le residenze della guarnigione.
Siccome dall’analisi di un diploma del 1262, si evince che Brolo era, a quella data, ancora un semplice casale, non fortificato - dato riscontrabile anche nella Carta generale dell’insediamento nella Sicilia sveva in «La Sicilia di Federico II» di Ferdinando Maurici - il processo costruttivo appena indicato è, con ogni probabilità, quello che si verificò intorno al primitivo complesso abitativo.
Dall’analisi dei caratteri tipologici della torre di Brolo, verifichiamo il loro inquadramento all’interno dei canoni della tipologia edilizia federiciana; infatti, la pianta generale è pressoché quadrata, il vano del piano terra, a cui si accede direttamente dal cortile, ha i lati di misura irregolare, da m. 4.90 a m. 5.70, tale differenza deve essere relazionata al diverso spessore murario, che passa da circa m. 1.60 nel fronte dell’ingresso ai m. 2.50 circa del fronte opposto, con delle minime differenze nei muri laterali.
Gli apparati murari sono in pietra, accuratamente squadrata in corrispondenza degli angoli e delle cornici delle aperture, le scale risultano immerse nello spessore murario e il sistema delle coperture è a volta.
In seguito all’espansione della pirateria turca nel bacino mediterraneo - Brolo fu attaccata e saccheggiata nel 1543 - il Viceré De Verga diede l’avvio alla realizzazione di un sistema di torri vedetta, sparse in maniera omogenea e continua, lungo la costa, in modo tale da risultare, in successione, visibili tra di loro.
Questa struttura consentiva di trasmettere l’arrivo di un bastimento nemico, attraverso segnali di fuoco e di fumo, tale pratica risalente all’epoca romana, permetteva attraverso i «fani» (insieme di segni di fuoco e di fumo convenzionali, appartenenti ad un sistema comunicativo, attualmente oggetto di studio della semiotica) di comunicare la notizia dell’avvenuto avvistamento da un elemento della catena al successivo, sicché tutti i punti della costa fossero messi in condizione di approntare i rispettivi sistemi di difesa, compresi quelli molto distanti dal luogo origine del messaggio di pericolo. Esistevano già lungo il litorale delle torri di avvistamento, ma non erano relazionate tra di loro, quindi fu svolta questa opera di ricucitura tra l’esistente ed inoltre furono aggiunti una serie di capisaldi a dominare le zone scoperte. La torre di Brolo faceva parte della categoria dei capisaldi già esistenti e con ogni probabilità usufruì del donativo stanziato, nel 1579 sotto il Viceré M. A. Colonna, per la riparazione e l’adattamento delle torri presenti sul territorio.
Questi edifici, furono trasformati da semplici ripari per l’avvistamento in vere e proprie strutture difensive.
Si può far risalire, quindi, a questo periodo l’adeguamento strutturale, alle nuove sopraggiunte necessità del complesso brolese. La torre diventò un elemento forte della costa, si sviluppò in altezza, al fine di avere il più ampio raggio visivo, furono rinforzate le mura, con l’edificazione della seconda cinta, in cui era presente oltre all’ingresso principale, una porta falsa con uscita a mare, oggi non più esistente, ma in ricordo della quale, la località in prossimità della scarpata della rupe, viene ancor oggi detta «porta fausa».
Questa uscita rappresentava, in caso di necessità, una possibile via di fuga.
Nel suo “Viaggio in Sicilia 1804 «Soggiorno a Brolo e Patti»”, Carl Grass racconta: «Il vecchio castello appartiene adesso al marchese Lungarini di Palermo ed è stato probabilmente costruito - come tante altre simili fortezze - al tempo di re Federico II di Sicilia. Ancora mezzo secolo fa era compreso tra i più conservati vecchi edifici. Oggi è circondato da mura munite di feritoie, ma poiché il tetto è stato trascurato è caduto in rovina pezzo dopo pezzo. Quando lo vidi io nessuna stanza aveva una porta. Le finestre non erano mai esistite, se non soltanto persiane con piccole aperture. Il pavimento era nella maggior parte delle stanze bucherellato. Qua e là una parte del solaio era caduta; il cortile, nel quale si trovava una fontana, era ricoperto di erbacce». Il viaggiatore tedesco continua la sua descrizione, con i particolari dell’arredamento: «di ornamenti o di mobili non c’era proprio niente. Nell’unica stanza ancora abitabile si vedevano i resti di tappezzeria di cuoio pressato, che sembravano essere stati un tempo dorati, uno specchio rotto e ornato di svolazzi ed inoltre un vecchio tavolo, una poltrona ed una piccola
Veduta del Centrro Storico di Brolo
credenza che doveva essere stata sistemata in un angolo. Questi erano tutti i miei mobili».
Quella così ottenuta dovrebbe essere l’immagine che la storia ha lasciato, a noi cittadini di Brolo, del vetusto castello, il tempo e la natura ne hanno ingiallito le pagine, ma sicuramente non lo hanno reso meno affascinante; le pagine della storia del Castello di Brolo si rinnovano giornalmente e chi ne legge il contenuto non può far altro che restarne incantato!
I turisti che ritornano dalla visita del nostro castello li riconosci subito, nei loro occhi veleggia sempre un’ombra di tristezza, dopo aver lentamente gustato quel nettare dal sapore antico, si allontanano immaginandone il glorioso passato e può anche essere che non capiscano che un restauratore curi con un balcone d’epoca il male di una bomba, ma anche qualora questo fosse loro noto, non farebbe altro che accrescerne il fascino.
Una cosa bella, va sempre apprezzata, apriamo il castello sia d’estate ai turisti, sia d’inverno ai brolesi, perché in fondo ci sentiamo un po' tutti parte della sua grande storia.
Il castello ha il desiderio di mostrare a tutti le pagine ingiallite della sua storia, così che nessun altro viaggiatore straniero abbia ad esclamare: «Sacro silenzio della solitudine! Qui non ti disturba più nessuno».





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