Quando la guerra, al cinema, è vista dalla parte dei vinti... e dei vincitori.
Qualcosa di nuovo sul fronte occidentale. Il film di guerra prodotto da Steven Spielberg e diretto da Clint Eastwood, tratto dal romanzo storico omonimo di James Brandley e Ron Powers, racconta della battaglia di Iwo Jima (seconda guerra mondiale, fronte del Pacifico), resa celebre soprattutto da una foto -ripresa dalla locandina- in cui sei soldati americani issano la bandiera a stelle e strisce sul campo di battaglia ormai conquistato. Il solido mestiere di Eastwood, l’alto budget messo a disposizione e il nome rassicurante del produttore, garantiscono l’elevata qualità alla pellicola, un racconto classico, epico e drammatico, nella tradizione dei film di guerra, di quelli con una marcia in più. La particolarità di questo film è però un’altra: Flags of our fathers costituisce la prima parte di un dittico che vedrà un secondo film, Letters from Iwo Jima (diretto dallo stesso Eastwood), raccontare la stessa battaglia, però dal punto di vista dei giapponesi. Flags infatti è sceneggiato dai due americani Paul Haggis e William Broyles Jr., Letters dalla scrittrice giapponese Iris Yamashita. Mai fatta ad Hollywood una cosa del genere, una trovata geniale (e dispendiosa) che, non avendo precedenti, forse ne costituirà uno, o forse no. Ma di sicuro consegnerà questi due film agli annuali del cinema di guerra. Una sola domanda: era davvero impossibile condensare tutto in un solo film?
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